Riconnettersi
L'internet come vita reale
È un cliché sottolineare come il mondo virtuale abbia trasformato la nostra concezione della connessione umana. Ma capire in che modo quella connessione online venga sviluppata non lo è. Può inibire oppure creare le basi per relazioni significative. Se passiamo metà delle nostre giornate a fare “doom-scrolling” per distrarci, è più probabile sentirci non solo isolati, ma anche poco utili per noi stessi e per gli altri.
Questa sensazione sta crescendo ora che X e Instagram hanno visto un calo della qualità dei contenuti a causa dell’IA, quindi il primo passo affinché le piattaforme di social media recuperino valore è implementare un filtro sull’intelligenza artificiale, e un filtro sui contenuti che desideriamo vedere indipendentemente dall’algoritmo (invece di dover combattere l’algoritmo selezionando gli argomenti che non vogliamo vedere). Substack è riuscita a implementare con successo questa opzione, ed è per questo che gli utenti stanno crescendo su questo sito. Tuttavia, indipendentemente dalle politiche di queste aziende, il problema della connessione virtuale che sostituisce la connessione reale ci affligge dalla nascita dei social media. Devo approfondire alcune statistiche e diagnosi sulla disconnessione, non particolarmente ottimistiche, prima di arrivare alla conclusione più ottimistica.
Un recente studio di Harvard ha analizzato l’epidemia di solitudine. Ancora oggi, quasi un quarto delle persone dichiara di soffrire di solitudine esistenziale, che spesso include il non avere un amico su cui poter contare o con cui parlare. Altri riferiscono di avere almeno due amici stretti. Se hai un solo amico davvero intimo, sei già sopra la media secondo gli standard odierni. Non solo per una questione di quantità, ma soprattutto di qualità: i veri amici sono difficili da trovare. Se non li hai, sappi che non sei un’eccezione. Con il lavoro da remoto e l’auto-imprenditorialità, nemmeno il luogo di lavoro riesce più a offrire quelle connessioni che esistevano nei periodi pre-tecnologici.
Stiamo entrando in un’era automatizzata in cui molti lavori manuali verranno sostituiti. Pensatori radicali di sinistra e di destra hanno analizzato come il post-capitalismo porterebbe inevitabilmente all’autosufficienza e, quindi, alla fine necessaria del lavoro sfruttato. Aaron Bastani, giornalista britannico socialista, ha esplorato nel suo libro Fully Automated Luxury Communism come l’IA porterebbe a un’abbondanza eccessiva e quindi a un comunismo utopico. Una diagnosi simile, ma con risultati diversi, è stata sviluppata dal teorico politico reazionario Nick Land in The Dark Enlightenment, dove sostiene che dovremmo accelerare nel sistema del capitalismo, invece di resistergli, affinché la sua dissoluzione produca nuovi sistemi di governo anti-democratici, funzionali. Mi discosto dall’idea che questo mondo di automazione indipendente produrrà un comunismo utopico o città-stato organiche; a mio avviso, creerà una società di creatori di contenuti che si assembleranno attorno ai propri interessi, dalla quale emergerà naturalmente un altro tipo di competizione gerarchica. Tuttavia, questa diagnosi è importante perché tecnologia e automazione hanno creato una società di post-scarsità fondata sull’autosufficienza. Non siamo più motivati dalla necessità del lavoro e, man mano che gli strumenti moderni ci rendono meno inclini a cercare supporto negli altri, diventiamo sempre più soli. Ma questa solitudine non è sostenibile.
Stiamo raggiungendo un punto di svolta nelle relazioni umane che merita maggiore attenzione, perché come civiltà non stiamo sopravvivendo. L’ambito delle relazioni è profondamente influenzato da questa transizione verso l’automazione tecnologica. La maggior parte degli individui in Occidente non ha più figli perché stanno diventando economicamente insostenibili a causa dell’inflazione e dell’aumento del costo della vita. Un tempo i figli erano necessari per il lavoro e contribuivano alla produzione economica della famiglia; oggi accade il contrario, perché il lavoro non è più necessario e uomini e donne non hanno più bisogno gli uni degli altri per sopravvivere. La connessione romantica e la creazione di una famiglia stanno diventando una scelta intenzionale, persino un sacrificio. Solo il 59 percento degli uomini è sposato oggi tra i 35 e i 39 anni, un calo netto rispetto alla generazione dei nostri genitori. Entro il 2030, si prevede che il 45 percento delle donne tra i 25 e i 45 anni sarà single e senza figli (numeri simili valgono anche per gli uomini). A rendere questi dati ancora più preoccupanti è il fatto che tali condizioni esistono senza il precedente sistema di supporto rappresentato dalla famiglia allargata, da una comunità più ampia o da un luogo di lavoro in grado di alleviare la solitudine; così, ci rifugiamo nei social media.
La domanda fondamentale che possiamo porci, invece di addentrarci eccessivamente nell’analisi delle cause e dei sintomi, è: come possiamo riconnetterci?
Carl Jung diceva:
Ciò a cui resisti, persiste.
Possiamo accogliere le lezioni che questa solitudine ci sta insegnando, invece di evitarle con rapide scariche di dopamina che non fanno altro che aggravare la condizione che stiamo cercando di superare. Ci illudiamo di essere meno soli grazie alle connessioni virtuali, che rendono l’isolamento più tollerabile. Ma queste non si traducono ancora nella vita reale, e la connessione non si basa soltanto su una realtà virtuale e invisibile, bensì sul contatto umano, fisico.
Molti attribuiscono la mancanza di connessioni nel mondo reale all’ascesa di internet. Siamo meno inclini a incontrarci di persona perché la comunicazione virtuale funge da sostituto morbido. Inviare un reel sembra più semplice che organizzare un incontro con gli amici, e guardare una live-stream ci fa sentire partecipi di una causa significativa. Ma non lo siamo: quel consumo virtuale ci fornisce l’illusione della connessione, portandoci all’inerzia.
I periodi di transizione creano inevitabilmente una sensazione di “limbo”, una sorta di purgatorio: viviamo ancora fisicamente nel vecchio mondo, fatto di connessioni basate su relazioni preordinate: classe sociale, famiglia, gruppi di amici, istituzioni educative o professionali, ma non siamo ancora entrati pienamente nel nuovo mondo, in cui ci si connette spontaneamente attraverso internet grazie a interessi e valori condivisi (anche se non tramite le app di dating, di cui parlerò a breve). Tuttavia, se utilizziamo l’internet per creare comunità nella vita reale, potremmo trovare la risposta che stiamo cercando. Attualmente abbiamo paura di accelerare verso il nuovo e l’ignoto. Ma questo non fa che rimandare l’inevitabile mentre ci rende nostalgici di un passato che non possiamo ricreare.
In tempi di solitudine come questi, la solitudine stessa può offrire agli individui un’opportunità: analizzare se stessi, o meglio, in questo caso, analizzare noi stessi. Stare da soli può essere trasformativo perché ci costringe a rivolgere lo sguardo verso l’interno. Inevitabilmente, da uno scroll all’altro, ci troviamo di fronte alla domanda: che cosa sto facendo? Che cosa stiamo facendo?
Ciò che colpisce maggiormente delle connessioni odierne è che possiamo condividere un senso di complicità più forte con qualcuno dall’altra parte dell’Atlantico che con i nostri stessi vicini. L’internet può cambiare la percezione che abbiamo di noi stessi e degli interessi che definiscono chi siamo. Un tempo, questi erano limitati alle relazioni formate dai luoghi in cui siamo nati. Oggi, le opportunità di definirci sono illimitate, ma cerchiamo confini insieme a chi condivide quella stessa identità.
Per fare un esempio, i dissidenti politici si sono connessi attraverso sottoculture virtuali anonime, temendo censura e ritorsioni da parte delle istituzioni che avrebbero dovuto rappresentarli e proteggerli. Questo senso di persecuzione ha rafforzato il loro legame sul piano virtuale; ha ampliato la loro portata, ma ha inevitabilmente indebolito i legami con il vecchio mondo, o con quella che definirebbero i “normie”. Così, man mano che cresceva il senso di connessione attraverso la marginalizzazione in queste culture virtuali, si indeboliva il radicamento nelle comunità in cui erano nati. Questo vale per la maggior parte delle identità formate online.
Le app di dating fanno parte di una fase commerciale della nostra cultura che sta giungendo al termine (una buona notizia). Queste piattaforme stanno crollando in borsa. Sono troppo randomizzate per funzionare: cerchiamo la connessione non attraverso un modello “di mercato” per trovare l’amore, ma attraverso valori condivisi. E attraverso una certa dose di spontaneità, anche se virtuale: il brivido di non sapere se la persona che ci interessa prova lo stesso. Questo può includere qualcuno che “scivola nei tuoi DM” dopo aver mostrato apprezzamento per i tuoi contenuti, e il non sapere come ti sentirai o come risponderai. Quell’entusiasmo nel vedere comparire il suo messaggio sul telefono. Questo scambio virtuale costruisce comunque una connessione carica di mistero, invece che di prevedibilità. Quella sensazione carica di passione può ancora essere trovata su internet, nonostante la disperazione dei nostalgici. Ma il suo valore dipende da come viene sviluppata nella vita reale.
È importante notare che il nostro malessere sociale non può essere ignorato, perché la maggior parte delle persone non è attrezzata per sopportare la solitudine. Alcune grandi menti ne hanno bisogno per realizzare il proprio potenziale; la quiete della solitudine è necessaria affinché possano donare all’umanità le loro creazioni. Ma anche questi casi eccezionali operano nel contesto di un contributo alla società attraverso opere di eccellenza; sono legati alle loro comunità tramite il loro lavoro. Al di fuori di queste eccezioni, la maggior parte degli individui ha bisogno di connessioni nel mondo reale; è necessario per la loro sopravvivenza psicologica, perché è lì che risiede il senso di scopo, nel coinvolgersi l’uno con l’altro e nel creare ricordi vissuti insieme.
Il mondo virtuale ha ancora bisogno di essere rappresentato nel mondo reale. Organizzare una manifestazione, una protesta, un meetup online, persino un workshop o un evento, non è sufficiente. Serve qualcosa di più profondo e, allo stesso tempo, più ordinario: creare nuove società, non necessariamente fondate su Paesi che faticano a restare a galla, ma accelerando verso comunità costruite da noi, plasmate da chi condivide i nostri valori. Forse è qui che risiede il futuro di internet, se la “teoria della fine di internet” si rivelasse falsa (l’idea che internet perda valore a causa di un’eccessiva offerta di contenuti artificiali). Se si pensa al lamento degli europei o dei bianchi americani sul tema della “sostituzione”: e se si organizzassero in modo tale che, unendosi e mobilitandosi attorno ai propri interessi, quella sostituzione non si materializzasse perché condividerebbero uno spazio con chi crede nella loro visione? E se non dovessero diluire le proprie opinioni all’interno del gruppo di amici per risultare più accettabili alla società “normale”?
Se le relazioni virtuali vengono sviluppate con intenzionalità, quei “mutual” potrebbero diventare i nostri vicini di casa. Un futuro migliore dipende da chi ha il coraggio di ascoltare ciò che la propria condizione sta comunicando e di usare gli strumenti a disposizione per trovare soluzioni creative. Quel senso di isolamento esiste per una ragione; la connessione che hai trovato su internet potrebbe offrire qualcosa di più profondo di quanto immagini. Potresti prendere un rischio e prenotare quel volo. Forse la risposta non è iscriversi a un nuovo “book club” nella propria città, composto da persone che non la pensano come te, dove sbadigli e ti senti ancora più disconnesso, circondato da individui lontani dal tuo modo di pensare. Ma creare un club nella vita reale a partire dagli spazi online in cui ti rifugi quando ti senti solo, quando non ti senti compreso dai tuoi pari. Cercare di connettersi attraverso il vecchio mondo è come tentare di rianimare un cadavere. La maggior parte delle persone passa più tempo davanti a uno schermo di quanto ne passi a connettersi nella vita reale, quindi la risposta potrebbe trovarsi proprio in quello schermo. Parlo per esperienza: ho trovato online un luogo in cui condividere prima il mio giornalismo, poi la mia passione per l’arte, che si sono materializzati e che hanno cambiato la mia vita in modo radicalmente positivo.
Invece di aspettare che la cultura cambi, possiamo crearne una nostra. È un altro cliché, ma resta vero: siamo più forti insieme che separati, e in questo momento la maggior parte di noi è unita virtualmente, ma dispersa nella vita reale. L’inevitabilità del mondo online potrebbe cambiare il nostro senso di appartenenza. “L’internet non è la vita reale”, si dice. Forse lo diventerà e potrebbe essere un bene, se la vita reale riuscirà a rappresentare i nostri ideali.
Alessandra Bocchi è la fondatrice di Alata Magazine e Rivista Alata.



